Saggio breve con note erudite
Lo Spaccio de la bestia trionfante esce a Londra nel 1584, con la falsa indicazione “Parigi”1, ed è dedicato a sir Philip Sidney. È il primo dei “dialoghi morali” di Giordano Bruno. Gli altri due sono la Cabala del cavallo pegaseo e De gli eroici furori, entrambi del 1585. Nei dialoghi precedenti, la Cena de le ceneri e il De l’infinito, Bruno aveva costruito una cosmologia: un universo infinito, senza centro, popolato di innumerevoli mondi. Con lo Spaccio rivolge quella cosmologia verso l’uomo, e si chiede quale morale e quale religione siano adatte a un universo così fatto.
Il libro va letto su quattro piani, che qui teniamo distinti: allegorico, teorico, ermetico e, con le cautele dovute, alchemico.
La macchina allegorica
La trama è semplice. Giove, invecchiato e pentito, convoca il concilio degli dèi e decide di togliere dal cielo le 48 costellazioni tradizionali2, che ricordano i vizi e le avventure poco onorevoli degli dèi, e di mettere al loro posto le virtù.
Nell’Epistola esplicatoria Bruno dà lui stesso la chiave di lettura:
- il cielo è l’anima di ciascun uomo (“in ogni uomo... si contempla un mondo, un universo”);
- Giove è il “lume intellettuale” che la governa;
- gli dèi sono le facoltà: Mercurio il senso, Pallade l’intelletto, Venere il desiderio, Marte l’ira;
- Momo, il dio della critica, è la sinderesi, cioè la coscienza morale3;
- la Gigantomachia che si festeggia quel giorno è la “guerra continua” dell’anima contro i vizi;
- anche l’ora è allegorica: il concilio si tiene “dopo pranso... circa il mezogiorno”, quando la mente è sazia di “ambrosia di virtuoso zelo” e più lontana dall’errore.
C’è un punto che spesso sfugge: Bruno usa l’allegoria e insieme la critica. Al posto del Centauro mette la “divina Parabola” e la “Favola morale”, e scaccia la “vana Analogia, caduca Anagogia, sciocca Tropologia”. Anagogia e tropologia sono termini tecnici dell’esegesi medievale, che cercava nella Scrittura quattro sensi4. Bruno distingue quindi l’allegoria che serve a capire da quella usata come macchina per far dire ai testi qualsiasi cosa. La sua è un’allegoria dichiarata, che consegna al lettore la propria chiave.
L’impianto teorico: “l’ordine ed il numero”
Bruno è esplicito: il libro non vuole dare definizioni, ma stabilire “l’ordine, l’intavolatura, la disposizione, l’indice del metodo, l’arbore, il teatro e campo de le virtudi e vizii”. È la mappa di una filosofia morale che progettava di sviluppare in altri dialoghi.
a) La struttura è aristotelica. Ogni virtù ha da una parte i vizi per eccesso e dall’altra quelli per difetto. La Prudenza ha “da la destra la Callidità, Versuzia, Malizia, da la sinistra la Stupidità, l’Inerzia, l’Imprudenzia”. La Fortezza sta fra la Temerità e la Viltà. La Religione, presso l’Altare, sta fra la Credulità con la Superstizione da un lato e l’“insano Ateismo” dall’altro. È la dottrina del giusto mezzo dell’Etica Nicomachea5, applicata a un planetario.
b) La gerarchia parte dalla Verità. Al polo, “per esser parte più eminente del cielo”, sale la Verità, “prima, ultima e mezza”. Seguono Prudenza, Sofia, Legge e Giudizio: prima viene il conoscere, poi il governarsi, poi il governare. Un dettaglio è rimasto senza spiegazione: la stanza dell’Orsa Maggiore “per causa da non dirla in questo luogo, rimane vacante”.
c) È una morale delle opere. La Legge deve servire alla “civile conversazione”: proteggere i deboli, deporre i tiranni, far aiutare i poveri dai ricchi, premiare chi è utile e disprezzare gli oziosi. Una legge che non porti “utilità e commodità”, “o che vegna dal cielo, o che esca da la terra”, non va accettata. Da qui viene l’attacco ai “pedanti” e “grammatici” della Riforma, che insegnando la salvezza per sola fede toglierebbero ogni valore all’agire6.
d) La Fatica sta nel mezzo. Dalla sede di Perseo, dove s’insedia la Fatica, fuggono due schiere opposte: da una parte “il Torpore, l’Accidia, l’Ocio, l’Inerzia”, dall’altra “l’Inquietitudine, Occupazion stolta... Travaglio, Perturbazione”. Anche qui la virtù è un equilibrio, fra inerzia e agitazione.
La fisica sotto la morale
La riforma morale poggia su una metafisica precisa, esposta nell’Epistola.
- Vicissitudine. Tutto muta, compreso Giove: “da quel ch’al presente è Giove, al fine sarà altro che Giove”7.
- Eternità della materia. La sostanza corporea non può essere annientata. È “rarefabile, inspessabile, formabile, ordinabile, figurabile”: cambiano le forme, la sostanza resta.
- Anima come principio interno. L’anima non è un effetto dell’armonia del corpo, come sostengono “certi stolti sotto nome de filosofi”. È l’artefice che costruisce il corpo dall’interno, “come il nocchiero a la nave”, e se ne va quando il corpo si dissolve.
- Metempsicosi. Chi ha vissuto in modo “cavallino o porcino” riceverà un corpo adatto. Bruno lo presenta con prudenza: “se non è da esser creduto, è molto da esser considerato”.
Da qui segue la conseguenza morale. Se l’anima sopravvive e cambia corpo secondo come ha vissuto, riformarsi non è un dovere astratto: è ciò che decide quale sarà la forma futura.
L’elemento ermetico
È il piano più discusso dalla critica.
a) L’Egitto. Nel terzo dialogo, a proposito del Capricorno, Momo deride gli Egizi che adoravano gli animali. Giove risponde che animali e piante “son vivi effetti di natura; la qual natura... non è altro che dio nelle cose”. Saulino lo condensa nella formula natura est deus in rebus. Per questo il divino è più presente in una vipera o in una cipolla che in una statua inanimata, e il culto egizio era un modo di onorare la divinità nelle sue manifestazioni vive.
b) Il lamento di Asclepio. Bruno riporta per esteso la profezia dell’Asclepius ermetico:
O Egitto, Egitto, delle religioni tue solamente rimarranno le favole8
In questo contesto suona come una diagnosi del presente: la religione naturale è stata sepolta, ma secondo la legge della vicissitudine potrà tornare.
c) La magia. Al posto del Corvo sale la “Magia divina” con la Mantica e l’Augurio, da esercitare “nel campo de l’Arte militare, Legge, Religione e Sacerdozio”. Per Bruno la magia è conoscenza dei legami tra le cose, non stregoneria.
d) La Contrazione. Al posto del Capricorno salgono “l’Eremo, la Solitudine, la Contrazione”, e la Contrazione ricompare accanto al Furore divino presso Pegaso. È il raccoglimento della mente che si ritira dai sensi, tema sviluppato nel Sigillus sigillorum (1583) e poi negli Eroici furori.
La questione critica. Nel 1964 Frances Yates ha letto Bruno come un mago ermetico che sognava il ritorno della religione egizia, e lo Spaccio come il suo manifesto9. La tesi ha avuto un’enorme influenza ed è stata poi ridimensionata, in particolare da Michele Ciliberto, Nuccio Ordine e Hilary Gatti. L’ermetismo in Bruno c’è davvero, ma è uno strumento al servizio di una filosofia della natura e di una riforma civile, e non esaurisce il suo pensiero.
L’alchimia: che cosa c’è e che cosa no
Va detto con chiarezza: nello Spaccio l’alchimia operativa non c’è. Non compaiono metalli, fornaci, ricette o terminologia tecnica. Le letture alchemiche del libro sono analogiche e vanno presentate come tali.
Le analogie, comunque, si possono documentare:
- Trasmutazione. L’operazione di Giove è una trasformazione di sostanze vili in sostanze nobili: i vizi diventano virtù, e il “metallo” da trasmutare è l’uomo.
- Solve et coagula. La materia eterna che si dissolve e si ricompone senza annientarsi corrisponde al principio della filosofia ermetica, che è insieme naturale e alchemica.
- L’iconografia. Il Corvo, scacciato con il suo “atro Nigrore”, è nella tradizione alchemica il simbolo della nigredo, la fase nera. Il Cigno, dove salgono “Ripurgazione” e “Lavamento”, è il simbolo dell’albedo, la fase bianca10. È probabile che Bruno conoscesse questi emblemi; non è dimostrabile che li abbia usati intenzionalmente.
- La genealogia. Bruno si definisce “figlio del padre Sole e de la Terra madre”, formula che ricorda la Tabula smaragdina.
La conclusione corretta è che lo Spaccio condivide con l’alchimia la grammatica della trasformazione, ma non ne è un trattato.
L’ironia come strategia
Le pagine più audaci sono affidate a Momo, che serve a Bruno anche da maschera. Il modello letterario è doppio: il Concilio degli dèi di Luciano, dove Momo protesta contro le divinità straniere ammesse in cielo, e il Momus di Leon Battista Alberti11.
- Orione, che “può caminar sopra l’onde del mare”, dovrebbe essere mandato fra gli uomini a convincerli “che il bianco è nero” e che l’ignoranza è “la più bella scienza del mondo”. È una satira trasparente del cristianesimo dei miracoli, che subito dopo Minerva definisce “ironica”.
- Chirone, “uomo insertato a bestia”, in cui “due sustanze concorreno in una ipostatica unione”, è una parodia del dogma dell’Incarnazione. A Momo, che chiede spiegazioni, Giove risponde che il mistero è “occolto e grande” e bisogna “solamente crederlo”.
Bruno si protegge anche con una dichiarazione preventiva: nulla nel libro va inteso “assertivamente”, perché “questi son dialogi”. La difesa non funzionò. Nel processo il libro gli fu contestato, e Bruno fu bruciato in Campo de’ Fiori il 17 febbraio 1600.
Un solo libro, tre funzioni
Lo Spaccio è insieme tre cose:
- un indice ragionato della morale, costruito sul giusto mezzo aristotelico e disposto come un planetario;
- una filosofia della natura in cui materia eterna, vicissitudine e anima migrante fanno da fondamento all’etica;
- un progetto di riforma religiosa e civile, ispirato all’ermetismo, con al centro una religione utile alla convivenza, opposta sia alla superstizione sia all’ateismo e sia alla salvezza per sola fede.
L’allegoria, l’ermetismo e l’ironia sono i mezzi con cui Bruno trasmette questo progetto. Il progetto in sé è filosofico e politico.
Note e bibliografia
Note
- L’editore era John Charlewood, che a Londra stampò quasi tutti i dialoghi italiani di Bruno con false indicazioni di Parigi o Venezia. Era una pratica comune, una piccola menzogna tipografica al servizio di una verità che non si poteva stampare in patria: la letteratura cominciava a mentire già dal frontespizio. ↑
- Le 48 costellazioni sono quelle catalogate da Tolomeo nell’Almagesto (libri VII–VIII). Arato le aveva già messe in versi nei Fenomeni, e il De astronomia attribuito a Igino ne raccolse i miti. Il loro numero è rimasto canonico per quattordici secoli, con l’immobilità che si riconosce agli inquilini più ostinati. ↑
- Synderesis è un termine scolastico, nato forse da un errore di copiatura del greco syneidesis (“coscienza”) in un commento di san Girolamo a Ezechiele. Che la coscienza morale dell’Occidente debba il suo nome tecnico a un refuso è un fatto di cui Momo, se lo sapesse, andrebbe molto fiero. ↑
- È la dottrina dei quattro sensi della Scrittura: letterale, allegorico, morale (o tropologico) e anagogico. La fissa un distico medievale, Littera gesta docet, quid credas allegoria, / moralis quid agas, quo tendas anagogia, e Dante la espone nel Convivio (II, 1). Bruno la liquida in tre aggettivi (“vana”, “caduca”, “sciocca”): un intero millennio di esegesi sfrattato insieme al Centauro. ↑
- Aristotele, Etica Nicomachea, II, 6, 1106b–1107a: la virtù come medietà fra due vizi, uno per eccesso e uno per difetto. Bruno, che detestava i peripatetici, gli prende in prestito proprio l’architettura. È il destino dei grandi nemici: si combattono con le loro stesse armi, e talvolta con i loro mobili. ↑
- Il bersaglio sono il luteranesimo e il calvinismo nella forma che Bruno aveva conosciuto a Ginevra e nelle università riformate. Il paradosso, notato da molti, è che oltre tre secoli più tardi Max Weber avrebbe attribuito proprio all’etica calvinista l’esaltazione del lavoro: i “pedanti” avevano rivalutato le opere per vie che il loro accusatore non poteva prevedere. ↑
- È un’eco di Ovidio, Metamorfosi, XV, 165, nel discorso di Pitagora: Omnia mutantur, nihil interit, “tutto si trasforma, nulla muore”. In un solo esametro c’è tutta la fisica dello Spaccio, e anche la sua morale, se si ha la pazienza di leggerlo due volte. ↑
- Asclepius, 24: Aegypte, Aegypte, religionum tuarum solae supererunt fabulae. Il testo, tramandato in latino sotto il nome di Apuleio, era attribuito a Ermete Trismegisto e creduto antichissimo. Nel 1614 Isaac Casaubon dimostrò che il Corpus Hermeticum era tardoantico, ma Bruno era morto da quattordici anni e non poté beneficiare della smentita, né soffrirne. ↑
- Frances A. Yates, Giordano Bruno and the Hermetic Tradition, London 1964; trad. it. Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza. È un libro che ha trasformato un martire del libero pensiero in un mago. Gli studi successivi lo hanno riportato a filosofo, e oggi Bruno è le due cose insieme, con buona pace di entrambi i partiti. ↑
- Il caput corvi, la testa di corvo, indica la nigredo nei trattati alchemici e negli emblemi del Rosarium philosophorum (1550) e della tradizione successiva. Il cigno bianco segna l’albedo. L’analogia con lo Spaccio è suggestiva e indimostrabile, quindi perfettamente adatta a una nota. ↑
- Luciano di Samosata, Deorum concilium. Leon Battista Alberti, Momus (circa 1450), dove Giove medita di rifare il mondo da capo e non ci riesce. Nuccio Ordine ha mostrato quanto Bruno debba a entrambi: lo Spaccio è anche la terza puntata di una saga satirica sulla burocrazia dell’Olimpo durata quattordici secoli. ↑
Bibliografia essenziale
- G. Bruno, Dialoghi italiani, con note di G. Gentile, a cura di G. Aquilecchia, Sansoni, Firenze.
- F. A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza.
- M. Ciliberto, La ruota del tempo. Interpretazione di Giordano Bruno, Editori Riuniti, 1986.
- N. Ordine, La cabala dell’asino. Asinità e conoscenza in Giordano Bruno, Liguori, 1987.
- H. Gatti, Giordano Bruno and Renaissance Science, Cornell University Press, 1999.